Agostino Orizio e Gianandrea Gavazzeni

Gianandrea Gavazzeni, 109 anni dalla nascita: Il ricordo di Piero Rattalino

Ricorrono oggi 109 anni dalla nascita del Maestro Gianandrea Gavazzeni, amico del Festival e figura di grande rilievo per Bergamo. Piero Rattalino, musicologo e storico consulente del Festival, ricorda il suo primo incontro con il grande Maestro.

Gianandrea Gavazzeni

Gavazzeni: come l’ho conosciuto

Quando indossava il lungo cappottone e portava fieramente piantato sul capo il cappellaccio, Gianandrea Gavazzeni sembrava un uomo imponente e massiccio. Senza, aveva il petto un po’ sporgente ma era sorprendentemente snello. E così era il personaggio. Se si parlava di cultura i suoi interessi erano vasti e profondi come l’oceano, se si conversava la sua loquela era un fuoco d’artificio di aneddoti e di sapide osservazioni. Prima di conoscerlo di persona lo avevo visto dirigere molte volte, alla Scala, al Conservatorio di Milano, all’Arena di Verona. Non ricordo in quale circostanza gli fui presentato. Ricordo soltanto che la sua conversazione mi mise subito a mio agio e che mi incantò al punto da aver l’impressione di conoscerlo da sempre.
Gavazzeni aveva due modi di parlare. O parlava vivacemente e rapidamente, con la esse un po’ sibilante, o assumeva un tono ieratico. Nel secondo caso, chi lo conosceva bene sapeva che stava per arrivare una frecciata di quelle che lasciavano il segno. “Caaaro X”, disse una volta a un comprimario, “Caaaro X, vedo che lei ha buona memoria”. “Oh!… Grazie, Maestro”. “Fa gli stessi sbagli che già faceva dieci anni fa”. Gavazzeni pungeva forte, quando voleva, ma raccontava anche quando, a esser punto, era stato lui. Dirigendo, molto giovane, un’opera in cui Beniamino Gigli era il protagonista, aveva fermato la prova per dare al Divo un suggerimento sul fraseggio. “Commendatore, mi scusi, ma in questo punto io respirerei”. “Respiri pure, caro”, replicò Gigli.

Un’altra volta, facendo il maestro di palcoscenico mentre Riccardo Zandonai dirigeva, aveva avuto delle difficoltà in un interno del tenore. Premetto che a quel tempo non esisteva il “riporto” della televisione. Il maestro in palcoscenico faceva un buchetto nel fondale di tela, piuttosto in alto per evitare che qualche spilungone del coro glielo coprisse, vi applicava un occhio, e stando in piedi su una sedia dirigeva il cantante con il braccio rivolto all’indietro, anticipando di una frazione, data la distanza, il gesto del direttore. Per far questo ci voleva molta pratica, e Gavazzeni non l’aveva. Zandonai fermò la prova e gridò: “Maestrino, venga qui”. Gavazzeni andò al proscenio. “Che succede?”, sbraitò Zandonai. “Io gli faccio il riporto, ma lui non mi segue”. Zandonai rovesciò sul “maestrino” una serie di insulti da tramortire una statua. Era quello, e non solo di Zandonai ma di tutti i direttori, il modo di educare i giovani imberbi. E Gavazzeni, rientrato dietro le scene, riuscì a far andare il tenore con l’orchestra. Se non ci fosse riuscito sarebbe stato “protestato”, cioè licenziato in tronco.

Io assistetti ad alcune “girate” epiche di Gavazzeni. Eravamo in prova di scena dell’Aida. Premetto che Gavazzeni era ancora uno di quei direttori di un’altra epoca che non perdevano nemmeno una prova e che intervenivano, garbatamente ma fermamente, se qualcosa della regia non li convinceva. Eravamo arrivati alla fine del terzo atto. Ramfis e Amneris erano usciti dal tempio, Aida e Amonasro erano fuggiti, Radamès stava per cantare l’ultima frase, “Sacerdote, io resto a te”. Gavazzeni, che sedeva vicino al maestro collaboratore al pianoforte, stava alzando la bacchetta per dare l’attacco al tenore. Il maestro collaboratore sbirciò l’orologio da polso, disse “è l’una, la prova è finita” , si alzò e scappò via. Gavazzeni zompò dalla sua sedia su quella del pianista, pestò un accordo, diede l’attacco al tenore e quando questi ebbe consegnato la spada balzò in piedi e cominciò a urlare: “Chiudete i teatri, ostia, chiudete i conservatori, ostia, mandate a spasso questa masnada di impiegatucci, ostia”. Ostia era il suo intercalare preferito, e la sequela degli ostia andò avanti per un bel pezzo. Gavazzeni era indignato, era indignato nel profondo, ma dopo una decina di ostia cominciò a recitare invece di inveire. Gli piaceva esibirsi e il piacere di esibirsi in invenzioni verbali colorite e bizzarre superava l’indignazione, e la calmava. Quando finì lo applaudimmo.
Le frecciate e le girate erano l’aspetto più pittoresco di Gavazzeni. Che era però capace di finezze psicologiche che dimostravano la sua profonda conoscenza degli uomini. Provavamo in sala il terzo atto dell’Otello. Il baritono cantò il “Sogno” con voce alitante, lontana, arcana. Era magnifico, e Gavazzeni si entusiasmò. “Benissimo, caro Y, benissimo, questo è proprio quello che voglio”. “Ma,… Maestro, io accennavo”. “Va bene così. Accenni, il suono arriva comunque, è proprio giusto”. “Ma,… Maestro, il pubblico vuol sentire la voce”. Gavazzeni era sul punto di esplodere. Sul suo viso si susseguirono come due lampi il disgusto e un sorriso furbesco: “Caaaro Y, lo faccia per me”. Si, Maestro”.
Quando andammo in scena con l’Aida di cui dicevo prima ci fu una brutta questione con il coro. La sala-coro era sotterranea e il coro aveva protestato più volte, dicendo che era opprimente e insalubre. Non c’erano però spazi liberi se non sotterranei. Fu così predisposta un’altra sala, concepita e con condizionamento d’aria molto migliore. Fu fatto il collaudo, avemmo tutte le autorizzazioni, ma il coro, dopo esserci rimasto per una prova, si rifiutò di ritornarci e propose di utilizzare una parte del foyer. Il Consiglio d’amministrazione si irrigidì e il coro entrò in sciopero. Sciopero di fatto ma che non fu dichiarato. Il coro, guidato da un sindacalista geniale, veniva negli orari previsti, firmava il foglio di presenza, andava nel foyer e lì restava per tutta la durata della prova, in “attesa lavorativa”. Se il maestro del coro fosse andato nel foyer il coro era pronto e disponibile. Ma al maestro era fatto divieto di andarci. Situazione senza via d’uscita. Dissi a Gavazzeni che non potevamo andare in scena finché non si fosse trovata una soluzione. Mi rispose che, se il Consiglio d’amministrazione lo avesse accettato, lui sarebbe andato in scena lo stesso e avrebbe spiegato al pubblico che cosa sarebbe dovuto avvenire se il coro ci fosse stato. Il Consiglio, riunito d’urgenza, accettò la proposta. Demmo a Gavazzeni un microfono e lui commentò l’esecuzione fermandosi quando bisognava fermarsi. Fu una vera e propria recita, la sua, una recita da grande comunicatore, e il pubblico si divertì molto. Io non potei godermela perché ero sulle spine, temendo che Gavazzeni facesse qualche battutaccia delle sue, che avrebbe potuto scatenare la protesta del coro. Invece non accadde nulla. Gavazzeni sganciò sì qualche battuta, ma talmente raffinata da non provocare nessuno. Facemmo la prima recita, poi sospendemmo la produzione fino a che trovammo un accomodamento: il coro provò “momentaneamente” nel foyer. Ci provò per anni.

Gavazzeni era un grande musicista, ed era un grande concertatore. Le sue prove di sala con la sola compagnia erano vere e proprie lezioni di musica, di analisi psicologica dell’opera, di recitazione (di recitazione attraverso il suono, non di arte scenica, che è un’altra cosa). La sua tecnica direttoriale non era altrettanto formidabile, il suo “braccio”, tanto per limitarci ai suoi coetanei, non era quello di Karajan o di Molinari Pradelli, che avevano reazioni istintive fulminee e che ripescavano per i capelli le situazioni in cui qualcosa rischiava di andare storto. Ma Gavazzeni riusciva ugualmente a condurre in porto opere di grande difficoltà tecnica, anche negli spazi dell’Arena di Verona. La sua concertazione creava una comunità di lavoro e l’impegno di ognuno interpretava il gesto del direttore nel modo più efficace per l’insieme anche se il gesto, in sé e per sé, aveva il carattere più della esortazione che del comando. Non lo ascoltai in Rossini. Le sue esecuzioni di Bellini, di Donizetti e di Verdi, specie del primo Verdi, sono fra le più memorabili da me ascoltate. E i suoi meriti nei confronti della musica contemporanea – quella che gli piaceva – sono enormi.

Gianandrea Gavazzeni e Filippo Siebaneck

Gianandrea Gavazzeni e Filippo Siebaneck

La mia ammirazione per Gavazzeni , e il ricordo che ho di lui, riguarda in pari grado il musicista e l’uomo. E perciò voglio chiudere citando la sua ultima, storica battuta di cui sono a conoscenza. Gavazzeni aveva negli ultimi anni ridotto la sua attività direttoriale e accompagnava spesso la seconda moglie, Denia Mazzola, nei teatri nei quali era impegnata. “Come va, Maestro?”, gli chiese un pianista di sala, dopo essersi congratulato con lui per il matrimonio. “Caaaro Z, io in teatro io ho fatto di tutto, ma proprio di tutto. Non avrei però mai pensato di dover fare anche il marito della diva”.

(Piero Rattalino – Estratto dal Volume del Festival 2017)