Il programma del concerto affianca la Prima e la Seconda Scuola di Vienna proponendo tre Sonate di Beethoven, due delle quali celeberrime, e tre raccolte di pezzi pianistici di Arnold Schönberg, passato alla storia come uno dei più influenti rivoluzionari della musica del Novecento.
In realtà, la supposta ‘Prima scuola di Vienna’ è solo una sorta di astrazione storiografica che enfatizza i legami stilistici e biografici della triade classica per antonomasia – Haydn, Mozart, Beethoven – tre compositori che, pur non essendo viennesi di nascita, nella capitale dell’Impero trovarono un punto di riferimento fondamentale. Con l’espressione di ‘Seconda Scuola di Vienna’, invece, si allude al magistero di Schönberg e ai suoi due discepoli, Alban Berg e Anton Webern, entrambi avviati sulla strada dell’abbandono della tonalità e sull’accettazione, pur con declinazioni molto differenziate, della tecnica di composizione con dodici note, meglio conosciuta come dodecafonia. Un’altra triade di compositori, dunque, ma in questo caso tutti e tre effettivamente originari di Vienna.

La Sonata op.13 ‘Patetica’ di Beethoven presenta un titolo autorizzato dal compositore stesso. Derivato dal greco pathos, l’aggettivo francese pathétique si riferisce a una condizione di estrema sofferenza, ed è quella che ogni ascoltatore può cogliere nell’introduzione lenta (Grave) del primo movimento. Composta negli ultimi anni del Settecento, la Sonata rientra nel periodo giovanile beethoveniano, ma per l’immediatezza espressiva e le importanti novità formali (il motivo del Grave, contro ogni convenzione, ritorna più volte nel corso del movimento) sembra proiettare lo Sturm und Drang del XVIII secolo in un clima romantico. Di grande fascino è anche l’Adagio cantabile, mentre il Rondò conclusivo sembra tornare all’irrequietudine dell’avvio.
Meno popolare è la Sonata per pianoforte in la maggiore op.2 n.2, comunque storicamente importante poiché appartiene al gruppo delle prime tre Sonate date alle stampe da Beethoven nel 1796, con dedica al suo maestro Joseph Haydn, con cui in verità non andava molto d’accordo. Gemma dell’intera composizione, che si attiene alla classica suddivisione in quattro movimenti, è il Largo appassionato. Quest’ultimo aggettivo viene tradizionalmente applicato anche alla famosa Sonata op.57 ‘Appassionata’ (1805), tipico frutto dello stile ‘eroico’ beethoveniano, da sempre una delle pagine pianistiche più amate dagli interpreti e dal pubblico. Nel primo movimento il nucleo tematico d’apertura presenta un’ampia gamma dinamica, dal pianissimo al fortissimo, con improvvise fiammate sonore: nella mente dell’ascoltatore si può facilmente affacciare l’immagine di un uomo che lotta con tutte le sue forze contro un destino avverso e minaccioso. D’altra parte, bisogna ricordare che il titolo ‘Appassionata’ non è originale di Beethoven, ma venne ideato dall’editore Cranz di Amburgo: un’operazione forse discutibile, ma che giovò alla diffusione dell’opera. Il tradizionale tempo lento viene qui sostituito da un sereno Andante con moto (in forma di tema con variazioni), che poi ripiomba ancora una volta in una dimensione cupa nell’infuocato finale, le cui ultime pagine, con la loro accelerazione continua, creano un effetto irresistibile.
Con i Drei Klavierstücke op.11 composti nel 1909 e pubblicati l’anno successivo, Schönberg compiva un balzo decisivo in direzione della ‘Nuova Musica’ del XX secolo.
Questa rivoluzione si poteva riassumere in una semplice formula: la «rinuncia – come scriverà anni dopo lo stesso compositore – a un centro tonale».
Il che significava privare l’ascoltatore dei suoi punti di riferimento tradizionali per collocarlo in un’esperienza sonora del tutto straniante. Richard Strauss, che in precedenza aveva scommesso sul talento di Schönberg, rimase disorientato dal suo brusco cambiamento stilistico. I pezzi dell’op.11 sono caratterizzati anche da violentissimi contrasti, specialmente il primo e il terzo, mentre il secondo si fonda su un misterioso ostinato.
Gli altri Tre pezzi per pianoforte, quelli giovanili del 1894, ci mostrano invece un compositore ancora legato alla tonalità e che guardava con ammirazione allo stile di Brahms. In realtà, pur in un linguaggio abbastanza tradizionale, anche la scrittura di queste pagine mostra una certa spigolosità, più che altro dovuta al fatto che il quasi autodidatta Schönberg, dopo aver preso da fanciullo lezioni di violino e violoncello, non poteva certo definirsi un pianista. L’ultimo dei tre componimenti si apre e si conclude con una rapidissima pagina, fortemente cromatica e quasi delirante, che incornicia un più tranquillo intermezzo in stile schumanniano. Infine, i sei Piccoli pezzi per pianoforte op.19 (1911) proseguono sul terreno delle miniature musicali l’audace sperimentazione della precedente opera 11: geroglifici astratti, che però facevano «respirare l’aria di altri pianeti», come aveva scritto il poeta Stefan George.







































