Commento al programma – Chamber Orchestra of Europe e András Schiff

Nel 1872 Brahms fu nominato direttore artistico della Società degli Amici della musica di Vienna. Il bibliotecario di quella istituzione, Carl Ferdinand Pohl, un giorno mostrò al compositore un manoscritto del tardo Settecento comprendente sei Divertimenti per gruppo di fiati. Brahms si concentrò sul secondo tempo della prima composizione, attribuita in quella fonte a Joseph Haydn. In realtà si trattava di una rielaborazione di un antico canto processionale austriaco, noto come Corale di Sant’Antonio. Quel brano aveva tutte le caratteristiche musicali necessarie per fungere da tema di un ciclo di variazioni. Nacquero così le Variazioni op.56, eccezionalmente destinate all’orchestra anziché al pianoforte. L’opera, che consta di otto variazioni e di un finale in forma di Passacaglia, venne eseguita per la prima volta nella Sala Grande del Musikverein di Vienna il 2 novembre 1873.

Il genere della Sinfonia concertante godette di una certa fortuna sul finire del Settecento: costituiva una sorta di ibrido fra un Concerto e una Sinfonia, prevedendo di norma la partecipazione di più solisti. L’esemplare oggi più noto è quello composto da Mozart per violino, viola e orchestra. Anche Haydn seguì la moda, ma in una sola occasione, sicché il suo ricchissimo catalogo include un’unica Sinfonia concertante che impegna ben quattro solisti di strumenti a fiato e ad arco: oboe, fagotto, violino e violoncello. La composizione fu scritta in occasione del primo soggiorno a Londra di Haydn, nella trionfale stagione 1791-92. Proposta per la prima volta alle Hanover Square Rooms della capitale inglese, l’esecuzione della Sinfonia concertante si avvalse in quell’occasione del violinista Johann Peter Salomon, meglio noto come l’abilissimo impresario che portò Haydn in Inghilterra e che inoltre diede il titolo di Jupiter all’ultima Sinfonia di Mozart. La composizione haydniana si articola nei classici tre movimenti, l’ultimo dei quali, di carattere teatrale, include momenti patetici (si pensi al singolare recitativo del violoncello), ma all’interno di un tessuto musicale assai vivace e quasi nello stile di un’opera comica.

Il Concerto per pianoforte e orchestra n.1 op.15 di Brahms, a ben vedere, esula dalla storia musicale di Vienna. L’autore non ancora trentenne, che fino a quel momento aveva composto prevalentemente Lieder, opere per pianoforte e cameristiche, desiderava ardentemente cimentarsi nel genere sinfonico. Ruppe il ghiaccio sia con la Serenata n.1 op.11 (1858), sia con questo Concerto dalla genesi insolitamente lunga (1854-58), il cui primo movimento, nella sua affascinante esposizione orchestrale, rivela i tratti di una ‘Sinfonia n.0’, quasi certamente influenzata dalla Nona di Beethoven. Ma i tempi non erano ancora maturi perché il pubblico ne potesse apprezzare la monumentalità e la profondità. La prima esecuzione ad Hannover (22 gennaio 1859), con l’autore stesso al pianoforte, non fu particolarmente incoraggiante. Ancora peggio andò pochi giorni dopo al Gewandhaus di Lipsia, quando il Concerto fu sonoramente fischiato. Brahms stesso, per sua natura fortemente autocritico, ammise di attraversare ‘una fase di sperimentazione’.

In realtà – oggi lo possiamo dire con certezza – aveva appena scritto uno dei migliori concerti per pianoforte e orchestra di ogni tempo.

L’opera tornò a nuova vita, e finalmente ebbe il suo meritato successo, soltanto a partire dagli anni ’80 dell’Ottocento, anche come riflesso, probabilmente, dell’ottima accoglienza ricevuta dal Secondo Concerto per pianoforte. Ma in quel periodo l’amburghese Brahms era già diventato viennese d’adozione. E allora, a ben vedere, anche il Concerto n.1 op.15 può benissimo rientrare, suo malgrado, nella storia musicale di Vienna.

Marco Bizzarini