Commento al programma – Josef Mossali

Connotata da uno spiccato carattere concertante, la Sonata in do maggiore op.2 n.3 fu completata da Ludwig van Beethoven nel 1795 e pubblicata a Vienna l’anno successivo insieme alle due Sonate precedenti, con dedica al proprio maestro Franz Joseph Haydn. L’ultima Sonata del trittico si discosta però dalle altre due per il suo esibito virtuosismo, molto più affine alla scrittura di Muzio Clementi che a quella dei compositori viennesi coevi. Doppie terze, seste, ottave spezzate e altri impervi passaggi tecnici permeano l’Allegro con brio iniziale, concepito in una forma-sonata che insolitamente presenta tre temi e una cadenza, un elemento tipico del concerto solistico con orchestra. L’atmosfera si fa più distesa e introspettiva nel movimento che segue nella lontana tonalità di mi maggiore: un Adagio dall’ampio respiro, ma ricco di contrasti. Dopodiché, un breve ed ironico Scherzo anticipa il virtuosismo che torna nel brillante Allegro assai conclusivo.

Il trattamento quasi orchestrale e l’attenzione alle potenzialità tecnico-espressive che Beethoven riservò al pianoforte furono perseguiti anche dai compositori romantici, come Johannes Brahms, che contribuì notevolmente allo sviluppo di una tecnica esecutiva quanto più completa e solida, tanto da pubblicare nel 1893 una raccolta di esercizi puramente tecnici. Ad ogni modo, l’aspetto virtuosistico nelle opere brahmsiane non è mai meramente fine a se stesso, ma rappresenta un mezzo al servizio di di più profonde intenzioni espressive. Questo è evidente, per esempio, nelle Variazioni su un tema di Paganini, composte tra il 1862 e il 1863 e raccolte in due fascicoli da quattordici variazioni ciascuno, con il medesimo tema d’apertura, quello del celebre Capriccio n. 24 in la minore per violino di Niccolò Paganini, che viene variato esplorando diverse soluzioni compositive, tecniche e timbriche, mettendo a dura prova l’esecutore, tanto che all’epoca l’opera fu considerata estremamente ardua perfino da un’abile pianista quale Clara Schumann.

D’ispirazione violinistica è anche la brillante trascrizione che Sergej Rachmaninov fece nel 1925 di Liebesfreud («La gioia dell’amore»), valzer del compositore austriaco Fritz Kreisler pubblicato nel 1905 all’interno del trittico Alt-Wiener Tanzweisen. Pur mantenendo il carattere leggero e brioso originale, la scrittura di Rachmaninov conferisce maggiore imponenza e spettacolarità, intensificando la varietà delle soluzioni armoniche ed amplificando il chiaroscuro espressivo.

Tra le più celebri composizioni di Franz Liszt, la Rapsodia ungherese n. 2 in do diesis minore fu composta nel 1847 con dedica al conte László Telek e, insieme alle altre diciotto Rapsodie, rappresenta uno degli omaggi musicali più autentici al folclore magiaro. Le due sezioni che compongono il brano derivano il loro nome dall’ungherese: la prima, Lassan (da lassù, «lento»), fa da introduzione alla più vivace ed esuberante Friska (da friss, «fresco»), il cui dirompente virtuosismo si unisce alla cangiante inventiva lisztiana. Del 1953 è la trascrizione della Rapsodia a cura del pianista Vladimir Horowitz, il cui personale intervento è evidente soprattutto nel trattamento della mano sinistra e nell’aggiunta di alcuni passaggi di bravura, raggiungendo così l’apoteosi del virtuosismo.