«Là, dove tu non sei, è la felicità».
Così recita il verso che chiude Der Wanderer, l’opera del poeta Schmidt von Lübeck a cui Franz Schubert si ispirò per il suo omonimo Lied, e che rimanda perfettamente all’essenza della poetica schubertiana, fatta di nostalgie, speranze luminose ed ugualmente disilluse, in un errare ininterrotto alla ricerca di una felicità che mai potrà essere reale. La musica di Schubert, dunque, rappresenta un mezzo per esplorare il proprio universo interiore, eleggendosi a viatico per eludere le inquietudini più insidiose. Tutto ciò è rintracciabile non solo nelle grandi forme del compositore austriaco, ma anche nelle composizioni più brevi, come nei quattro Improvvisi op.90, scritti nel 1827, a cui seguirono quelli dell’op.142 nel 1828, anno di morte del compositore. Nonostante il titolo, che fu probabilmente suggerito dall’editore, il carattere e la struttura di questi brani sono estranei alla semplicità propria del filone compositivo d’intrattenimento in voga a quell’epoca, ma sono ben definiti e ponderati, in ragione della loro profondità artistica. Il primo Improvviso, in do minore, è il più esteso: comincia con una melodia sospesa, che sembra emergere dal silenzio, ripetuta e trasfigurata di volta in volta con differenti soluzioni dinamiche ed armoniche. Il carattere è più brillante nell’Improvviso in mi bemolle maggiore, interrotto da una sezione contrastante, più cupa, in tonalità minore, che ritorna nella Coda conclusiva. Onirico e cullante il terzo, in sol bemolle maggiore, in cui sembra emergere una triste serenità. Conclude la raccolta l’Improvviso in la bemolle maggiore, in cui cascate di note dal virtuosismo leggero si alternano a momenti di accorata riflessione interiore.

Esemplificativa della produzione musicale romantica, pur nella sua unicità, è la Fantasia op.17 di Robert Schumann, opera monumentale e complessa, tra i più grandi capolavori della sua copiosa fase compositiva pianistica. Scritta nel 1836, la sua genesi non fu lineare: la Fantasia venne rimaneggiata più volte e pubblicata nel 1839 con dedica a Franz Liszt, anche se inizialmente fu composta come omaggio prima a Beethoven, con il proposito di sostenere il progetto di costruzione di un momento a lui dedicato, e poi alla sua amata Clara Wieck, in un momento di separazione forzata tra i due. Non a caso, nell’opera sono presenti riferimenti più o meno espliciti sia al grande maestro di Bonn, sia alla fidanzata: in primis, la citazione di un tema tratto dal ciclo liederistico di Beethoven, An die ferne Geliebte («All’amata lontana»). L’amore per la giovane donna è espresso, inoltre, negli slanci appassionati e nei momenti più visionari e meditativi, mentre di ispirazione beethoveniana è la scelta della forma. La Fantasia in do maggiore è di fatto una «Grande Sonata» in tre movimenti, articolati secondo una struttura che però si sgancia dichiaratamente da quella classica, ormai desueta e inadatta ad esprimere con libertà ed autenticità i contenuti espressivi romantici: il primo movimento è in una forma-sonata assolutamente originale, il carattere del secondo troppo enfatico e virtuosistico per allinearsi allo schema classico ed, infine, il terzo movimento porta inusualmente l’ascoltatore in una dimensione sognante e meditativa, sublimando i tormenti precedenti.







































