Commento al programma – Le Concert des Nations e Jordi Savall

L’ Incompiuta e La Grande rappresentano l’indiscusso coronamento dell’opera sinfonica di Schubert. Entrambi i lavori vennero riscoperti parecchi anni dopo la morte del compositore e da allora sono entrati stabilmente in repertorio.

Non è del tutto corretto considerarle come le ultime due sinfonie schubertiane dal momento che ci sono pervenuti gli schizzi per pianoforte di un’ulteriore Sinfonia, la Decima, a quanto pare risalente alle ultime settimane di vita del compositore, opera che sul finire del Novecento è stata completata da Brian Newbould, oltre che ‘ricreata’ da Luciano Berio con il titolo di Rendering (1990). Si scopre così che l’Incompiuta per antonomasia, oggi nota come ‘Ottava’, condivide in realtà il medesimo status con altri importanti lavori non portati a termine dal maestro viennese. Con la differenza che i primi due movimenti dell’Ottava sono assolutamente completi e non allo stato di abbozzi ancora da orchestrare.

La storia dell’Incompiuta è nello stesso tempo misteriosa e rocambolesca. Nella partitura autografa, datata Vienna, 30 ottobre 1822, figurano l’Allegro moderato, l’Andante con moto e un centinaio di battute dello Scherzo. Quest’ultimo movimento, in quanto parzialmente orchestrato e incompleto, anche se ora ricostruito dall’indefesso Newbould, non è mai entrato nella prassi concertistica corrente. In ogni caso, ci rivela che Schubert, almeno in un primo momento, aveva progettato di comporre una normale Sinfonia in quattro tempi. Poi, per motivi che probabilmente non conosceremo mai, cambiò idea e accantonò l’opera per dedicarsi alla Wanderer Fantasie per pianoforte. Nel 1822 il musicista aveva davanti a sé ancora sei anni di vita. Possiamo anche considerare plausibile, ancorché circonfusa da un’aura romantica, l’opinione di Alfred Einstein: «Schubert non avrebbe mai potuto concludere l’opera perché nulla avrebbe potuto avvicinarsi all’originalità, alla potenza e alla maestria dei primi due movimenti». Forse consapevole del valore di quella ‘mezza sinfonia’, l’autore ne affidò il manoscritto all’amico compositore Anselm Hüttenbrenner che, a sua volta, rischiò di smarrirlo per l’eccessiva solerzia di una cameriera desiderosa di eliminare vecchie scartoffie. Un tempo si pensava che l’autografo dovesse fungere da ringraziamento per un diploma conferito a Schubert da un sodalizio musicale di Graz, lo Steiermärkische Musikverein, ma oggi se ne dubita. Solo nel 1865, quasi mezzo secolo dopo la data di composizione, il direttore d’orchestra Johann von Herbeck, amico di Liszt e Wagner, lusingò il vecchio Hüttenbrenner, divenuto nel frattempo sospettoso e misantropo, convincendolo a cedergli il prezioso manoscritto per proporne la prima esecuzione assoluta a Vienna. Già allora i pochissimi che avevano goduto del privilegio di vedere in anteprima la partitura erano convinti, giustamente, che si trattasse di un capolavoro, all’altezza delle migliori sinfonie di Beethoven.

La scelta della tonalità di si minore era del tutto inconsueta per l’epoca e sicuramente legata all’intenzione di esprimere uno stato d’animo sofferente che alcuni studiosi hanno ipoteticamente messo in relazione con i primi sintomi della sifilide, già allora avvertiti dal compositore venticinquenne. Lugubre e sinistra è la frase iniziale mormorata da violoncelli e contrabbassi (ritornerà anche nella coda conclusiva), cui segue l’inquieto tema cantato da oboe e clarinetto su un agitato disegno degli archi. Dopo un primo drammatico crescendo, il corno annuncia un repentino cambio di atmosfera, ed ecco il consolante secondo tema, quasi in tempo di valzer, in sol maggiore dei violoncelli. Ma la serenità è solo momentanea perché cupi accordi in fortissimo, incorniciati da minacciose pause, turbano l’insieme. Un’analoga alternanza di sentimenti ricorre anche nel successivo Andante con moto: nonostante la luminosità connaturata al mi maggiore, quella che potrebbe essere, in apparenza, una parentesi serena si rivela invece ancora una volta sottilmente pervasa da una profonda malinconia.

Di segno diverso è il clima espressivo che predomina nella Sinfonia La Grande in do maggiore, il cui ultimo movimento, gioioso e perfino dionisiaco, non sembra presentare ambiguità di sorta. Anche in questo caso, la scoperta del manoscritto avvenne dopo la prematura scomparsa dell’autore: fu Robert Schumann a scovarlo tra le carte di Ferdinand Schubert, fratello di Franz. Abbagliato dalle meraviglie della partitura, Schumann incaricò l’amico Felix Mendelssohn di dirigerne la prima esecuzione pubblica al Gewandhaus di Lipsia nel 1839. Lo stesso Schumann, l’anno successivo, sulla “Neue Zeitschrift für Musik” recensì entusiasticamente La Grande, nel frattempo data alle stampe, offrendo la sua celeberrima definizione del più maturo stile di Schubert: «himmlische Länge», di solito tradotto come «divina lunghezza», anche se l’aggettivo più corretto sarebbe «celestiale».

In effetti, il primo aspetto che colpisce nella Sinfonia è la sua monumentalità.

È come se Schubert avesse voluto sfidare Beethoven su questo particolare terreno. Un’esecuzione della Grande, in media, ha una durata superiore rispetto a quella dell’Eroica. Certo, Schubert rinuncia all’idea di impegnare le voci umane, ma tiene conto anche della Nona beethoveniana parafrasandone, non per caso, la melodia ‘alla gioia’ nello sviluppo dell’ultimo movimento. Nell’autografo si è per lo più letta la data del 1828, corrispondente all’ultimo anno di vita del compositore, ma oggi si tende a credere che La Grande sia stata concepita nel 1825 (quell’8 finale potrebbe in realtà essere anche un 5), quando il maestro si trovava in villeggiatura a Gastein, nelle Alpi salisburghesi: infatti, nella corrispondenza si accenna al progetto di una «grosse Symphonie», forse concepita in diretta emulazione della Nona di Beethoven, eseguita a Vienna poco prima, nel 1824. La conferma definitiva proverrebbe da un trascurato catalogo redatto nel 1829 da Eduard von Bauernfeld, librettista di Schubert, in cui si legge: «1825 Grosse Symphonie» e «1828 Letzte Symphonie [ultima sinfonia, cioè la n.10]». In ogni caso, l’opera non venne mai eseguita durante la vita del compositore.

L’introduzione (Andante) del primo movimento si apre, in modo del tutto originale, con un nobilissimo motivo esposto dai due corni: è una soluzione di cui si ricorderà Gustav Mahler nell’incipit della sua Terza Sinfonia (1896), dove però i corni diventano otto. Nel primo tema dell’Allegro ma non troppo il musicologo Joshua Rifkin ha ipotizzato una parentela con la prima aria di Leporello, ‘Notte e giorno faticar’ dal Don Giovanni di Mozart, opera che Schubert venerava. L’Andante con moto, con il suo andamento di marcia, può invece ricordare l’Allegretto della Settima Sinfonia di Beethoven, ma la melodia all’ungherese esposta dall’oboe è di conio inconfondibilmente schubertiano, così come il meraviglioso motivo in fa maggiore, a mo’ di corale, affidato ad archi e legni. Lo Scherzo con Trio è insolitamente esteso e ingloba al suo interno palesi suggestioni danzanti, sia di valzer, sia di Ländler. Nell’irresistibile movimento conclusivo, spicca l’ampiezza melodica del secondo tema, con andamento di marcia, che si apre ogni volta su una nota ripetuta quattro volte. Da un autore che in gioventù era stato influenzato da Rossini, non stupisce l’uso magistrale del crescendo. Con La Grande Schubert offre una geniale alternativa alla monumentalità sinfonica beethoveniana aprendo in tal modo la strada ad altri grandi maestri dell’Ottocento, a cominciare dal connazionale Anton Bruckner.

Marco Bizzarini