Commento al programma – Filarmonica della Scala / Petrenko / Zhang

Relativamente poco eseguito nel Novecento anche in ragione delle sue elevatissime difficoltà tecniche, il Secondo Concerto per pianoforte e orchestra di Prokof’ev è divenuto oggi quasi popolare, tanto che sempre più spesso viene scelto dai giovani pianisti come ‘cavallo di battaglia’ nei principali concorsi internazionali.

Scritto nel periodo invernale tra il 1912 e il 1913, ebbe dapprima un’accoglienza controversa per il suo carattere talora aspro e aggressivo. Oltre tutto, durante la Rivoluzione russa, la partitura andò perduta e Prokof’ev, con un notevole sforzo di memoria, dovette ricostruirla da capo. Non è da escludere che la versione attualmente nota differisse per molti aspetti da quella originaria. Nella sua seconda vita, il Concerto fu riproposto a Parigi nel 1924, sempre con l’autore impegnato come solista, conquistando finalmente il favore del pubblico. La composizione ha una struttura insolita per un Concerto: quattro movimenti (al posto dei canonici tre) che si aprono con un Andantino – ossia un tempo piuttosto tranquillo – al posto del tradizionale Allegro: provvede comunque una burrascosa, formidabile e impressionante cadenza (a un certo punto l’autore prescrive la didascalia ‘colossale’) a imprimere al movimento un sigillo di eccezionale virtuosismo. La risposta dell’orchestra a questa eruzione pianistica è proporzionale: trombe, corni, tromboni e tuba evocano un clima da giudizio universale, poi smorzato da una conclusione sotto voce. Il secondo movimento, breve e rapidissimo, è uno Scherzo dal tono sarcastico. Dopo un plumbeo Intermezzo dalla scrittura lisztiana, costellata anche da frequenti glissando, si passa allo spettacolare e tempestoso Finale, degno coronamento – anche sotto il profilo melodico ed espressivo – di un Concerto che non può certo lasciare indifferente l’ascoltatore.

La Quinta Sinfonia di Čajkovskij, probabilmente la più ammirata delle sei accanto alla ‘Patetica’, si distingue per la presenza di un’idea musicale ricorrente che s’insinua nei quattro movimenti della partitura.

È una sorta di motto grave, dal carattere lugubre e pensoso, esposto nelle prime battute dai clarinetti. Sul suo significato simbolico ci sono pochi dubbi: sarebbe una rappresentazione in musica dell’idea del Fato, come lo stesso autore rivela in uno scritto del 1888. Dopo l’esposizione del motto, l’Allegro con anima si dipana tra possenti culmini dinamici e presenta un memorabile secondo gruppo tematico che sfocia in un valzer appassionato. Nel successivo Andante spicca un nobilissimo assolo del corno che potrebbe alludere a quel ‘raggio di luce’ menzionato da Čajkovskij nei suoi appunti, ma verso la fine del movimento i tromboni ammoniscono, con la drammatica ripresa del motto, che il Destino è sempre in agguato. Si passa quindi all’eleganza dell’Allegro moderato, ancora una volta in tempo di valzer (e ancora una volta perturbato dell’idea iniziale). Il Finale è di grandissimo effetto, con momenti enfatici e marziali, finché non si giunge alla coda in cui il tema del Fato, stavolta trasfigurato nella luminosa tonalità di mi maggiore, sembra assumere un tono trionfale. Ma sull’apparente ottimismo con cui termina la sinfonia, più di un commentatore ha espresso fondati dubbi.

Marco Bizzarini