Commento al programma – Ramin Bahrami e Nuovo Trio Italiano

Con il suo primo Quartetto per pianoforte ed archi, composto nel 1785, Wolfgang Amadeus Mozart investì di una nuova dignità la musica da camera con pianoforte, fino a quel momento destinata prevalentemente agli esecutori dilettanti.

Nonostante questa novità rappresentasse un’importante rivoluzione per l’epoca, di certo non portò alcun beneficio economico al compositore austriaco né al suo editore Franz Anton Hoffmeister, tanto che quest’ultimo decise di mandare all’aria il progetto editoriale originale, che avrebbe previsto la composizione di tre quartetti con pianoforte. La pubblicazione del primo non trovò il riscontro sperato nei ceti sociali più alti: quella musica fu considerata «troppo difficile». Le dimensioni estese, la drammaticità della tonalità minore, il tessuto polifonico fitto, la variabilità armonica, i passaggi d’agilità virtuosistica, così come il ruolo centrale del pianoforte, che si relaziona con gli altri strumenti attraverso una dialettica solida e tesa, tradiscono il modello d’ispirazione, rintracciabile nel concerto pianistico. Questo è evidente nell’Allegro iniziale, ma non mancano momenti di alto lirismo, come accade nel luminoso Andante in si bemolle maggiore, seguito dal conclusivo Rondò in sol maggiore, dal carattere sereno e leggero.

Nel corso del secolo successivo, la letteratura quartettistica per pianoforte ed archi si sarebbe arricchita di pagine di incantevole bellezza: si pensi a quelle celebri di Schumann e a Brahms, ma senza dimenticare il giovane Gustav Mahler, che nel 1876, a soli sedici anni, durante i suoi anni da studente presso il Conservatorio di Vienna, compose il primo ed unico movimento del Quartetto in la minore, abbozzando solamente l’inizio di quello che sarebbe stato lo Scherzo successivo. L’opera, che rappresenta quasi un unicum all’interno della produzione mahleriana, principalmente sinfonica e liederistica, godette di poche esecuzioni, avvenute subito dopo la sua composizione, e rimase ineseguita, oltre che inedita, fino al 1964, quando la vedova Alma Mahler Schindler ne scoprì il manoscritto. Nonostante sia evidente una certa influenza brahmsiana nel trattamento del materiale musicale e nella dialettica tra le parti, il Quartetto in la minore mostra una sorprendente maturità artistica per un giovanissimo compositore, soprattutto nel libero utilizzo dell’armonia e della forma-sonata, che risponde ad esigenze espressive assolutamente originali.

L’incompiuto Scherzo del Quartetto mahleriano fu ripreso più di un cent’anni dopo, nel 1988, da Alfred Schnittke: partendo dall’ostinato delle ventisette battute originarie, egli compose l’intero movimento, connotandolo di quella tragica ineluttabilità, pur intrisa di introspettivo lirismo ed amara dolcezza, che ricorre anche in altre opere del compositore russo, come il Trio per archi del 1985, di cui esistono anche un arrangiamento per orchestra a cura del violista Yuri Bashmet e una versione per violino, violoncello e pianoforte dello stesso Schnittke. Genesi e contenuti dell’opera sono strettamente legati all’ambiente viennese: il Trio nacque, infatti, come omaggio al compositore austriaco Alban Berg, in occasione del suo centenario di nascita, e i due movimenti che lo compongono evocano sonorità ed immagini di un passato musicale e culturale i cui fasti sopravvivono solo in nostalgici ricordi.

 Gloria Galbiati