Johann Sebastian Bach inserì i Quattro Duetti BWV 802-805 nella terza parte della Clavierübung (letteralmente, Esercizio per tastiera), pubblicata nel 1739 e comprendente un’ampia raccolta di Preludi Corali per organo. Nonostante la prevalente destinazione organistica di questa stampa, i Duetti si prestano a un’esecuzione al clavicembalo e per questo motivo sono entrati anche nel repertorio pianistico. Come rivela il loro nome, le quattro composizioni esplorano le possibilità della scrittura a due voci con finalità didattiche e artistiche in parte paragonabili alle precedenti Invenzioni a due voci, seppur con un maggior grado di sofisticazione. La scelta delle tonalità rivela un disegno organico: mi minore, fa maggiore, sol maggiore, la minore. Il primo pezzo è una seriosa fuga basata sul principio del contrappunto doppio con frequenti cromatismi, analoghi a quelli del coevo Preludio in la minore dal secondo libro del Clavicembalo ben temperato. Di carattere più estroverso, il secondo Duetto ricalca la forma dell’aria con da capo, aggravata però da una tortuosa parte centrale; il terzo, dall’andamento danzante, ricorda lo stile amabile delle Variazioni Goldberg; infine, l’ultimo è un’elaborata fuga in tempo di Bourrée.
Pubblicate nel 1731, le sei Partite di Bach formano la prima parte della Clavierübung: si possono definire Suites – come rivela l’autore nel frontespizio originale – consistenti in «Preludi, Allemande, Correnti, Sarabande, Gighe, Minuetti e altre Galanterie preparate per dilettare l’animo degli amatori». Non più, dunque, composizioni per tastiera con dichiarate finalità didattiche, ma pezzi rivolti anche a un più ampio pubblico di esecutori. Chiaramente il termine ‘Partita’ qui indica una composizione suddivisa in più parti, dal verbo partire nell’arcaica accezione di dividere. Composta nella drammatica tonalità di re minore, la Seconda Partita si articola in sei movimenti. Notevole la Sinfonia iniziale che prevede una solenne introduzione lenta, un Andante di carattere cantabile, diremmo con funzione consolatoria, e un incalzante fugato a due voci. In queste tre parti si possono riconoscere altrettanti stili nazionali: rispettivamente francese, italiano e tedesco. Dopo l’usuale successione di Allemanda, Corrente e Sarabanda appaiono un Rondò nello stile dei clavicembalisti francesi e, al posto della Giga, un virtuosistico Capriccio che può ricordare la scrittura brillante di Domenico Scarlatti.
Tra i brani pianistici di Chopin, le Mazurche spiccano per una grande raffinatezza di scrittura innestata sulle strutture ritmiche delle danze popolari polacche classificabili in tre tipologie fondamentali: Mazur in tempo moderato con accenti irregolari, Kujawiak in tempo lento e Oberek dall’andamento assai vivace e marcato. Le quattro Mazurche op.30 furono pubblicate nel 1837. La prima, in do minore, è introspettiva, con una sezione centrale più mossa (‘con anima’). Sia la seconda in si minore, sia la terza in re bemolle maggiore fecero parte del repertorio di Arturo Benedetti Michelangeli: al carattere fiero dell’una si contrappone il sapore quasi zingaresco dell’altra, con i suoi irresistibili contrasti tra forte e piano, e tra maggiore e minore. L’ultima delle quattro, in do diesis minore, è la più complessa della raccolta e dopo l’idea principale, esposta ‘sotto voce’, presenta vari episodi dai vibranti accenti patriottici.
Risalenti ai mesi a cavallo tra 1841 e 1842, le tre Mazurche op.50 sviluppano una poetica sempre più personale. Nel primo brano in sol maggiore si passa dall’impeto cavalleresco dell’esordio a un clima quasi elegiaco, evidenziato da frequenti cambi di tonalità. La seconda in la bemolle maggiore si presenta come un delicato valzer, racchiudendo tuttavia al suo interno un più scandito ritmo di mazurca, mentre la terza in do diesis minore, si apre con un saggio di contrappunto imitativo: mirabile fusione di polifonia, spirito della danza (con l’Oberek centrale), e aspirazione alla grande forma.
Le Waldszenen (Scene della foresta) vennero composte da Schumann nel biennio 1848-49 e per l’intimismo della loro scrittura pianistica rappresentano una sorta di corrispettivo delle più famose Kinderszenen (Scene infantili) di dieci anni prima. Ispirato al Breviario di caccia (Jagdbrevier, 1841) dello scrittore Heinrich Laube, il ciclo include nove pezzi in cui la foresta è vista come il luogo simbolico di un pellegrinaggio immaginario in cui bene e male si confrontano: ecco allora, oltre alle immancabili scene di caccia, il Paesaggio giososo ma anche il Luogo maledetto, l’incanto dei Fiori solitari ma anche il misterioso – e forse non del tutto benigno – Uccello profeta. Quest’ultimo brano, il più famoso della raccolta, con le sue armonie dissonanti sembra quasi anticipare il mondo di Skrjabin, mentre il Luogo maledetto, con i suoi ritmi puntati, dà l’impressione di un omaggio alla scrittura di Johann Sebastian Bach sulle cui note si era aperto il programma del concerto.







































